Decreto "black out" Editoriale pubblicato il 13 novembre 2003 sul Corriere della Sera - Corriere del Mezzogiorno di Luca RAMACCI Nuova pagina 1

Con l’autunno compaiono sui giornali allarmanti notizie sull’influenza. L’ultima parla di 500.000 persone già a letto. Alla cronaca sul virus si accompagnano sempre altre notizie sull’utilità del vaccino.

Malignamente, molti pensano – forse a ragione - che l’accostamento tra le due informazioni porti un indubbio vantaggio a chi produce e vende il vaccino, indipendentemente dalla sua utilità per certi pazienti a rischio.

La stessa sensazione si prova nel constatare quanto è avvenuto a seguito del blackout della rete elettrica.

L’evento, sicuramente grave, ha dato lo spunto per riprendere con rinnovato vigore il discorso sulla necessità di costruire nuove centrali, criticando chi si era opposto ed additandolo quale probabile responsabile, a causa delle sue strambe idee, del collasso elettrico.

Autorevoli opinionisti hanno lamentato l’arretratezza ventennale del nostro Paese nello sviluppo energetico rivendicando, indignati, una risposta del governo che non tenesse conto di certe ingiustificate esigenze degli ambientalisti.

Il Ministro delle attività produttive ha ribattuto facendo rilevare come i problemi energetici italiani siano iniziati con il “no” al nucleare e paventando la possibilità di blackout per tutto il 2004.

Questo acceso dibattito veniva accompagnato da altre notizie sulla possibilità di interruzioni dell’energia elettrica, più o meno programmate, su gran parte del territorio nazionale.

Dall’altra parte della barricata si osservava invece, citando anche fonti ufficiali come il Rapporto Energia e Ambiente 2001 dell’ENEA, che considerata la potenza nominale degli impianti esistenti, il fabbisogno ed il quantitativo di energia importato, ogni problema potrebbe essere agevolmente risolto ottimizzando gli impianti esistenti e mantenendo inalterate le (limitate) importazioni.

Anche queste informazioni venivano diffuse facendo rilevare, senza mezzi termini, come le zone più colpite dall’interruzione di energia elettrica sarebbero state proprio quelle dove è prevista la realizzazione di nuovi impianti e lamentando che la liberalizzazione del mercato dell'energia avrebbe suscitato l’interesse di parecchi gruppi privati.

In altre parole, l’evento sarebbe stato accuratamente preparato per riprendere con maggiore vigore un discorso lasciato in sordina dopo le proteste seguite alla emanazione del noto “decreto sblocca centrali” convertito nella legge 55-2002.

Molto probabilmente entrambe le “parti in causa” hanno torto.

Sarebbe infatti gravissimo se si fossero lasciate in secondo piano scelte energetiche importanti per non scontentare l’elettorato o se si fossero provocati danni ingenti per mutare l’atteggiamento dell’opinione pubblica.

Molto più realisticamente, l’episodio del blackout è stato abilmente sfruttato per riprendere un discorso interrotto per l’imbarazzo che certe scelte avrebbero potuto provocare.

Ma anche questo cogliere al volo l’occasione fornita dall’interruzione di energia ha portato conseguenze sicuramente negative.

Il 28 ottobre scorso, infatti, è stata pubblicata, nella indifferenza generale, la legge 290-2003 di conversione del decreto del 29 agosto con il quale, per scongiurare altri blackout, si prevede tra l’altro la possibilità di autorizzare l'esercizio temporaneo di centrali termoelettriche di potenza termica superiore a 300 MW, anche in deroga ai limiti di emissioni in atmosfera e di qualità dell'aria fissati nei provvedimenti di autorizzazione. Altra deroga è inoltre prevista per i limiti di temperatura degli scarichi temici delle centrali.

Se aggiungiamo l’ormai certa costruzione dei nuovi impianti e la notizia sui danni provocati  dalle centrali a turbogas ci renderemo conto che ancora una volta, ignorando le mezze misure, ci viene proposto uno scambio davvero poco vantaggioso: una lampadina in più in cambio dei polmoni.  

 

Luca RAMACCI